TransAfrica Contest 2007

First edition

Text first awarded

Tubabu by Claudio Bianchi

 

La jeep percorre con fatica una landa arida e desolata. La piana immensa, dallo sconfinato orizzonte, ha un andamento irregolare e grandi zolle emergono scomposte assomigliando a un puzzle tutto da riordinare. Comunque proverai a ricomporre il rebus, ne uscirà sempre un paese d'Africa.
Se ti dico Burkina Faso cosa ti viene in mente? L'estro inventivo di un cartografo fantasioso, una città immaginaria di Calvino, il paese dei Balocchi con Pinocchio sindaco dal volto nero come la pece?
Noi corriamo sulla savana del Sahel, su questa superficie di un marrone senza speranza, con crepe così profonde da non poterle guardare poiché ti prende la paura di poterci vedere uomini precipitati dentro e spariti in fondo a chissà quale inferno africano. Terra dura da calpestare, anche per i pneumatici del nostro fuoristrada. Arbusti e alberi secchi si alternano a modeste zone umide con piccoli orti coltivati e verdissimi alberi di mango carichi di frutti.
Arriveremo a Ouagadougou (ammesso che esista davvero). E ogni volta che pronuncio il nome della capitale mi sembra di sciogliere in bocca un cioccolatino fondente: Ouagadougou.
Com'è bugiarda la memoria!
Nella mia immaginazione di ragazzo, l'Africa è fissata nella mente come il paese delle foreste sconfinate, degli alberi rigogliosi, degli animali feroci e mangiatori di uomini; e intanto, una lucertola, verde smeraldino, muove la testa a scatti, guardandoci con gli occhi rosso fiamma, e presa dalla paura si affretta a scappare.
Michele ha la barba incolta che gli dà l'aria da esploratore. Ha lasciato l'Italia che sono vent'anni, e adesso fa la guida nell'Africa centrale e dice di odiare gli africani. "Indolenti falsi e bugiardi" sostiene con convinzione.
Pino invece non ride mai, è attento e concentrato nella guida della vettura, ha due cuscini sotto il sedere per alzare la statura.
Michele ride e Pino guida.
…tatatlan… E il fuoristrada zoppica.
"Porca vacca. Abbiamo bucato!"
Pino è furente e picchia i pugni sul cruscotto, ma dopo un quarto d'ora siamo in grado di ripartire.
"Se buchiamo un'altra volta restiamo bloccati nella savana" avverte Pino.
Pino sembra una sfinge e Michele sente il bisogno di riprendere il controllo della situazione.
"Piega verso est, tra non molto saremo vicini a Konguossì. Prima del villaggio incontreremo una missione e troveremo da riparare le gomme."
In mezzo alla brousse Michele indica la via e Pino gira e sterza e svolta e piega, e inventa curve dentro un paesaggio che non ha strade. Lentamente il territorio cambia: compaiono le acacie, secche e spinose, e qualche pianta di karitè dai fiori gialli che sembrano mimose.
Don Saverio ci aspetta fuori dal muro di cinta della missione contornato da un nugolo di ragazzini, neri come la notte.
"La gente del villaggio mi ha detto del vostro arrivo e che avete una gomma da riparare."
Don Saverio è un missionario italiano, è già informato di tutto e noi non abbiamo incontrato anima viva.
"Portate la macchina in cortile, ho tutti gli attrezzi e un buon meccanico. Ci vorrà un po' di tempo e oramai vi conviene fermarvi per la notte."
Io e Michele scendiamo dalla jeep e mentre Pino guida verso il cortile, restiamo circondati da una moltitudine di ragazzi che ci osservano curiosi. Uno di loro ha tra le mani un pallone.
Gli vado incontro per chiedergli se vuole giocare e lui mi lancia la sfera ancora prima che gli abbia fatto la proposta, gliela ributto colpendola al volo. È fatta, ho lanciato il segnale.
Tutti corrono in massa verso la palla, e allora scatto anch'io e arrivo per primo a ripigliare il pallone, ma ho davanti almeno venti avversari da contrastare.
"Fermi, fermi…" grido in italiano alzando le mani in segno di resa, e tutti quanti si bloccano perplessi. "Facciamo due squadre e giochiamo una partita" propongo.
Ridono contenti anche se le mie intenzioni non gli sono chiare.
Don Saverio arriva a darmi sostegno e spiega ai fanciulli quello che vorrei fare. I ragazzi sono tutti d'accordo:"Tubabu… tubabu…" continuano ad urlare indicandomi con la mano.
Il terreno è tutto zolle e buche. Michele viene eletto capitano della squadra avversaria: in questo modo ci sarà un tubabu per ogni formazione.
"Petulanti e noiosi. Sarà una buona occasione per spezzare le gambe a qualche negretto di primo pelo" dice Michele, e ride sadicamente.
"Però ci giochiamo un premio - preciso io ad alta voce. - Chi vince sceglie un avversario da mangiare."
Don Saverio rimane perplesso, poi capisce che è uno scherzo e allora racconta la mia proposta e quando traduce tutti lo ascoltano in perfetto silenzio, ma i ragazzi mi guardano sconvolti. Poi riprendono a consultarsi col prete e alla fine tornano ad essere contenti.
"Gli ho detto che vinceranno loro" mi spiega don Saverio con tranquillità.
Si sta facendo tardi e i ragazzi sono impazienti di dare inizio alla gara. Il prete fischia la partenza portandosi in bocca il pollice e l'indice della mano sinistra.
La partita ha avuto inizio, corro inciampo scarto tiro, ma ho sempre qualcuno davanti che riesce a rubarmi la palla. Quando provo un passaggio indovino ogni volta il compagno sbagliato e chi riceve il pallone parte come un razzo verso la mia porta, nessuno lo contrasta e il mio portiere è sempre incerto, e mi rifilano una rete dopo l'altra, senza nessuna compassione. Ho il sospetto che siano in combutta per farmi perdere la gara.
Sul punteggio di sei a zero i ragazzi formano un gruppo compatto che mi circonda minaccioso, persino le fanciulle che stanno ai margini del campo si sono messe dalla loro parte. Non ho neppure il tempo di scappare, in una frazione di secondo decine di braccia mi afferrano e mi buttano per terra tenendomi bloccato sulla sabbia rossa della savana, vedo le loro facce vicinissime e sento ripetere una cantilena ossessiva:"…tubabu…tubabu…"
Michele sta in piedi dietro la folla di ragazzini che mi stanno torturando: "Infidi e vendicativi" dice, e ride. E se ne va contento, perché lui ama immensamente questo paese e la gente che ci abita.
La notte in Africa arriva senza preavviso, e nel buio i denti bianchi dei ragazzini Peul brillano come stelle, specialmente quando ridono felici. E brillano di più quando possono ridere di un tubabu.
Se arrivate a Ouagadougou può capitarvi di incontrare un tubabu che sta correndo con una frotta di ragazzini che gli filano appresso. Non datevi pena: prima o poi lo prenderanno.